«Capisco chi si compra uno yacht di 16 metri ma suvvia perché acquistarne uno di 100». Così parlò Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, scomparso l’ultimo giorno di settembre del 2016. E così scrisse di lui Pompeo Locatelli. «È stata una delle più belle storie dell’imprenditoria italiana, la sua. E in quelle parole così sferzanti, com’era nella tempra di un brianzolo tutto di un pezzo, vi è una certa presa di distanza da un mondo preoccupato solo di occupare il centro della scena. D’altronde la storia dice che lui è stato un uomo del costruire. Nei fatti un irriducibile avversario di quel capitalismo di relazione che ha portato solo danni a questo Paese. Come si è tenuto sempre alla larga dai cosiddetti salotti buoni della finanza. Non ha mai usato la politica per trarne vantaggi. La politica ha utilizzato mille sotterfugi per ferire la sua impresa. Mi risulta che negli Stati Uniti il modello Esselunga è stato studiato nei dettagli, come si fa con le imprese di successo. In Italia molto meno. Forse perché invitava a lavorare di più; perché ha creduto fermamente nella meritocrazia. Perché ha fatto sentire la sua voce davanti all’arroganza delle Coop. Caprotti, anziché perdere tempo a frequentare la gente che piace, preferiva andare in incognito nei suoi supermercati, per osservare e conoscere meglio i suoi clienti. Una lezione d’impresa straordinaria. Oggi quanti imprenditori conoscono bene la propria potenziale clientela? A ben vedere, pur avendo costruito una realtà di enormi proporzioni, in sé custodiva lo spirito dell’artigiano, dell’uomo di bottega. In quei giorni si scrisse molto di Caprotti. In generale mancò e forse manca la riflessione più semplice ma più vera, anche se rappresenta un giudizio che deve far pensare».
Poi è arrivato il libro “Le ossa dei Caprotti, una storia italiana” scritto dal figlio Giuseppe Caprotti, che ha raccontato la vicenda di una famiglia in conflitto partendo dal suo di conflitto con il padre che lo mise fuori azienda. Tuttavia il genio di Caprotti padre resta intatto nonostante i difetti e i conflitti familiari. Nato ad Albiate il 7 ottobre del 1925, morto a Milano il 30 settembre del 2016 Bernando Caprotti lasciò 75 milioni alla segretaria. I cinque nipoti si divisero altri 75 milioni che costituirono i ‘risparmi’ del patron di Esselunga. Ma l’eredità più importante Bernando Caprotti l’ha lasciata al mondo della GDO (Grande Distruzione Organizzata): una disciplina, un modo di stare al mondo, il rigore a non mescolare impresa del food e politica, a non proporre cibo di scarsa qualità e pochi servizi. Esselunga è stata per anni un passo avanti a tutte le altre imprese di supermercati. Ha costituito un modello vincente di cui ancora si parla. Con il limite, secondo molti, di non essersi espansa nel resto d’Europa e, in realtà, nemmeno nel meridione d’Italia. Ma il modello resta ed è vincente. La figlia Marina, che gli somiglia molto persino fisicamente, sta continuando la storia di famiglia. Di quelle molto simili a tante altre famiglie/impresa che fanno l’ossatura resiliente dell’economia italiana in molti campi ed in quello del food anche di più.


